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La sopravvivenza delle tradizioni o il loro abbandono dipende sicuramente dal maggiore o minore rispetto che un popolo ha di se stesso, del suo passato, delle sue memorie.
Accertato che nelle tradizioni popolari si può cogliere e definire l'identità storica e culturale di una comunità umana, se questa non ha cura di quelli che sono gli elementi costitutivi della sua individualità storica e morale, ciò significa che o essa non conosce il suo passato o, conoscendolo, lo rinnega perché se ne vergogna e vuole liberarsene, cancellandolo dalla sua esistenza.
Ma il popolo, per la verità, per quanto ne sappiamo, non ha mai voluto liberarsi dei segni della sua identità, anzi ne è stato sempre geloso custode e tenace difensore, facendo delle sue tradizioni il contrassegno peculiare della sua personalità e attribuendo a quei segni il valore e il simbolo della sua storia e del suo travaglio di miseria e dolore
.”

Vincenzo Curcio – Introduzione a “A l'us' andícu” di Antonio Tortorella

Leggendo i seguenti racconti di sicuro non mancherà sul vostro volto un sorriso: guardando al passato con gli occhi razionali e disincantati dell'uomo moderno non può che essere così. Non bisogna però dimenticarsi che questi riti, usanze e tradizioni erano molto sentite in paese, e che tutt'oggi tra le persone più anziane c'è chi li pratica molto frequentemente.

Il Natale

La sera della vigilia di Natale in ogni famiglia si recitava il rosario, guidati dal capofamiglia. Tutti i componenti erano inginocchiati davanti al camino, nel quale bruciava il “ceppone”, un grosso pezzo di legno che si era conservato per l'occasione.
A mezzanotte ci si recava in parrocchia, e si ripeteva il viaggio in chiesa il giorno di Natale a mezzogiorno. In entrambe le occasioni si “buttava la stella”: si faceva scorrere per mezzo di una carrucola una sagoma di legno, circondata da ceri, dall'organo alla grotta della natività.
Era usanza diffusa usare un grosso ramo d'ulivo a mo' di albero, frutta (decorandolo con arance, mele, mandarini) e dolciumi (cioccolatini, caramelle, torroncini) che erano stati acquistati dai ragazzi un po' alla volta con i piccoli risparmi. Tutte queste bontà venivano consumate durante le feste.

La Nascita

Per la nascita di un figlio maschio si appendeva alla porta di casa un nastro bianco, rosa invece per una figlia femmina.
Il sacerdote preparava “l'abbtiédd” (abitino), una specie di sacchetto che il piccolo portava al collo dopo il battesimo, contenente palme benedette, incenso e sale.
Era inoltre molto diffusa la tradizione secondo la quale a tagliare per la prima volta le unghie a un bambino debba essere una ragazza vergine. Se si tratta di un maschietto la madre gli fa stringere tra le mani del denaro, se è una femminuccia alcuni gioielli tra i più preziosi.

Il Matrimonio

Era usanza dopo il matrimonio osservare la “sittimàna r'a zíta” (settimana della sposa), durante la quale gli sposi non escono di casa per ricevere le visite. Al termine della settimana ci si reca a messa vestiti di tutto punto e, al rientro a casa, il padre della sposa offre il pranzo.
Nel 1799 durante la Repubblica Partenopea, si celebra il rito del “matrimonio dell'albero”, sotto l' “Albero della Libertà” piantato ai Fossi, la piazza principale. Gli sposi consacrano il loro vincolo girando intorno all'albero e recitando: “Albero senza foglie, questa è mia moglie” , “Albero mio fiorito, questo è mio marito”.

La Morte

A causa della morte di un congiunto si era obbligati a portare il lutto, seguendo una vera e propria tabella in base al grado di parentela. Il lutto stretto (fazzoletto in testa e calze nere per le donne) veniva portato a vita se a morire fosse stato il marito o la moglie. Tre anni di lutto stretto per i genitori del defunto, più un altro anno di mezzo lutto (durante il quale si “spezza” gradatamente col grigio, blu, marrone). Per i fratelli due anni più uno di mezzo lutto, e così via.
Si restava vicini ai parenti del morto per un lungo periodo, talvolta anche varie settimane, durante il quale gli si faceva visita per consolarli, portandogli abbondanti pasti da consumare.
Durante la veglia funebre, si poneva sotto il letto del defunto un bicchiere di vino e un pezzo di pane, perché l'anima se ne potesse servire per placare le ire del demonio.
Nella bara si metteva, oltre all'abito più elegante, gli oggetti più cari al defunto. Spesso capitava che i parenti avessero dimenticato qualcosa di cui il morto potesse avere bisogno nel suo lungo viaggio (molto frequentemente si sentiva l'esigenza di un altro paio di scarpe, che sostituissero le vecchie, usurate a causa del “lungo cammino”). In tal caso si provvedeva “inviando” allo sfortunato viandante rimasto scalzo un paio di scarpe nuove, affidandole al prossimo defunto del paese, deponendole nella sua bara, il quale avrebbe raggiunto il compaesano e sbrigato la commissione.
Si era soliti fare donazioni ai poveri, qualora ce ne fosse la disponibilità, in suffragio dell'anima del caro estinto; inoltre era pratica comune il pagamento delle donne incaricate per piangere, intorno alle quali esisteva un geloso riserbo in paese.
Per i funerali degli adulteri o dei conviventi si svolgeva una processione espiatoria: la bara veniva condotta al cimitero senza prima passare dalla chiesa e, ad ogni angolo di strada, veniva frustata dal sacerdote. Stessa sorte era riservata all'altro adultero, che seguiva il feretro a piedi.

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